Favara, territorio amico per la latitanza dei boss. Qui ha trovato rifugio Giovanni Brusca, l’uomo del telecomando di Capaci e il carnefice del piccolo Giuseppe Di Matteo, arrestato a Cannatello nel maggio del 96. E più recentemente prima Maurizio Di Gati e poi Gerlandino Messina hanno potuto contare su una rete di fiancheggiatori. Rete scoperta con l’operazione di pochi giorni fa che ha portato all’arresto di tre persone che avrebbero avuto un ruolo nel favorire la latitanza dei due boss. Altre due hanno scampato all’arresto grazie alla prescrizione del reato. Per loro il Gip di Palermo, Maria Pino, aveva anche firmato il provvedimento di cattura lo scorso 5 giugno per poi revocarlo sette giorni dopo, 24 ore prima che scattasse il blitz dell’altra notte. Ed altre tre persone, sempre di Favara, sono state accusate di aver favorito la latitanza dei boss latitanti, ma il Gip ha respinto la richiesta di arresto. Ma l’azione repressiva dello Stato si sposta sul versante economico – finanziario. Rapporti bancari di conto corrente, undici appezzamenti di terreno, due ville e un fabbricato di quattro piani, ad Agrigento, Favara e Naro, per un valore complessivo dì un milione di euro, sono stati confiscati, su disposizione del Tribunale di Agrigento, dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Agrigento ad un affiliato a "cosa nostra" della famiglia di Favara. Si tratta di Antonio Bellavia, riconosciuto dagli stessi magistrati personaggio di spicco dell'organizzazione, e che dal 2001 al 2007 ha garantito i contatti tra l'organizzazione mafiosa e i latitanti Maurizio Di Gati e Giuseppe Falsone. Bellavia ha garantito la latitanza del Di Gati, provvedendo al suo mantenimento logistico ed alla consegna di messaggi e direttive verso altri associati. Intanto La Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha confermato due ergastoli per i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano, nonché l’assoluzione per Pippo Calò, accusati di essere i mandanti della strage all’interno di un bar di San Giovanni Gemini, del 1981. Nel conflitto a fuoco persero la vita il capomandamento di Castronovo di Sicilia, Calogero Pizzuto, detto ‘Gigino’ e due avventori del bar, Michele Cimminisi e Vincenzo Romano. Secondo la Procura, Pizzuto venne eliminato perche’ ritenuto vicino a Stefano Bontade e quindi come un avversario da parte dei corleonesi. Nè in primo, nè in secondo grado è stata però dimostrata la partecipazione di Calò alla strage.